Celso e il rancore

A proposito del romanzo di Stelio Mattioni, “Il mondo di Celso”

 Il libro Il mondo di Celso, di Stelio Mattioni (Spirali, 1994), racconta le vicende di una famiglia, composta dal padre Zaccaria, dalla madre Anita e dal figlio Celso, i quali vivono in un piccolo paese di campagna lontano dalla città.

La narrazione ruota attorno al figlio Celso e al mondo che si è costruito basato sulla costante attesa e sospensione del fare.

Zaccaria è un uomo risoluto e parco, riserva alla famiglia solo lo stretto necessario, solo per il cibo non bada a spese; acquista e vende in permuta terreni, quel che incassa anche con gli affitti lo investe in altri terreni che i compaesani indebitati sono costretti a svendere e quindi non è ben visto in paese. Aveva sposato Anita perché gli era fedele e sottomessa, l’aveva trovata inoffensiva, in più con il matrimonio aveva concluso con i fratelli di Anita un soddisfacente affare legato a spartizioni di eredità.

Con la nascita di Celso Anita si era immedesimata nel figlio, immaginandosi che rappresentasse quella parte di lei stessa che le mancava…

Invece Zaccaria si era accorto di suo figlio come entità a sé, da lui distinta, appena in quella occasione. Prima non aveva cercato di capire chi fosse o promettesse di essere, perché in qualità di figlio riteneva che non potesse essere diverso da lui… E “quella occasione” è costituita dal desiderio di Celso, di proseguire gli studi dopo il ginnasio e d’iscriversi all’università, alla facoltà di medicina. Celso, sempre paralizzato di fronte a un padre con cui non aveva mai dialogato, è appoggiato in questa sua scelta dalla madre,

Dunque la decisione comporta un trasferimento in città per cinque anni.

Zaccaria fa i conti per calcolare i costi vivi di vitto e alloggio, di quanti appezzamenti deve vendere e quelli a cui deve rinunciare; è riluttante perché comunque un figlio deve seguire il padre nelle sue ambizioni. Alla fine acconsente, in quanto avere il primo laureato del paese in può costituire un vantaggio per i suoi affari

Celso si trasferisce in città e in cinque anni non dà un esame, non frequenta l’università, i libri acquistati e mai aperti vengono buttati in un angolo della stanza ammobiliata presa in affitto. Al mattino presto si reca al bar dove fa colazione, ma mai nello stesso locale per evitare di essere riconosciuto, poi prende l’autobus per arrivare alla Costiera, fuori dell’abitato e cammina per chilometri fino al Castello, sostando per vedere il mare. Incrocia spesso nel tragitto le stesse persone, ma le evita e non parla con nessuno. Poi ritorna in città e a mezzogiorno pranza da solo nella trattoria, a prezzo fisso, scelta dal padre. Al pomeriggio passeggia lungo il Corso e frequenta il Caffè, dove è conosciuto come lo “studente”, ma non si unisce mai alle conversazioni, entrando e uscendo dai vari gruppi che si formano, nessuno gli bada e lui si sente tranquillo all’idea di essere inafferrabile per chiunque. Dai suoi simili non vuole proposte, intrusioni, pretese, al massimo risposte che non ascolta fino in fondo. Qualsiasi suo gesto o parola pensa che lo possa classificare, e non vuole essere etichettato, neanche per se stesso… Vagando tra i vari gruppi conosce una ragazza, Esther, ma ha il sospetto di essere come lei, di trovarsi come davanti a uno specchio che, invece di mostrargli com’era di fuori, gli faceva vedere come era dentro. Uno specchio è una superficie riflettente, con niente dietro, come lo sono per lui le persone, la città e il mondo intero. Decide che l’unica cosa da fare è di non incontrarla più.

Per telefono non si fa trovare dai genitori; sua madre gli scrive una volta al mese, ma lui non risponde mai e accorgendosi della lettera nella cassetta della posta pensa che lo farà più tardi, rimanda senza stabilire un’ora o una data, mostrando così il suo disinteresse. Da quando era in città, la penna in mano gli ripugnava, sentendola rivolta contro di sé e ogni parola scritta gli pareva falsa nella sua pretesa invariabilità, priva di vera realtà…

Sua madre che, parlava poco e confuso, amava affidarsi alla scrittura che le consentiva di riflettere a lungo fra una parola e l’altra.

La madre gli scrive ancora e annuncia al figlio una telefonata del padre, gli raccomanda di rispondere questa volta, perché in caso contrario verrà lui in città; ma Celso si dimentica dell’appuntamento telefonico e non pensa di richiamare, ha il proposito di scrivere due righe a sua madre, ma rimanda e non lo fa; il solo pensiero di dovere decidere lo turbava, non era da lui scegliere fra una cosa e l’altra.

Il padre, in assenza di notizie, si reca in città per vedere cosa succede e a che punto sono gli studi. A mezzogiorno è sicuro di trovare il figlio in trattoria; alle domande del padre Celso dichiara che gli mancano solo due esami e la tesi e, se non ci sono imprevisti, prevede di laurearsi alla fine dell’anno. Zaccaria gli comunica che se non si laurea entro l’anno, o non torna a casa, gli taglia i viveri, niente camera, né trattoria, in città a sue spese non può più restare e questo ignorando che in cinque anni non aveva fatto un solo esame. Le due mezze giornate passate con il padre risultano a Celso una eternità; con questa prospettiva come riprendere tranquillamente le sue abitudini? Pensa che forse non è impossibile mantenersi da solo, ma scarta l’ipotesi di un lavoro regolare, lo considera una trappola in cui non vuole finire, forse è possibile trovare un lavoro per tirare avanti alla meno peggio, ma il doverlo cercare sul serio è già un impegno che gli dà la nausea.

Così Celso alla fine dell’anno ritorna a casa, lo aspetta una festa speciale per la laurea che coinvolge tutto il paese, organizzata con un atto di arditezza da sua madre; si sente braccato, nella situazione per lui insopportabile di essere al centro dell’attenzione. I giovani hanno quasi tutti disertato la festa, però ci sono i notabili del paese con i quali Zaccaria s’intrattiene, per promuovere nuovi affari. Celso decide ancora di rimandare ancora la verità sulla sua laurea mai conseguita.

A casa Celso guardò a lungo suo padre masticare a tessa bassa e rumorosamente, lo paragonò a un bisonte, a un elefante e, sia pure con una specie di timore, ammirò la sua forza, la sua determinazione che metteva in tutto quello che faceva, Come misurarsi con un avversario simile?

Zaccaria dice al figlio che la musica cambia, deve lasciarsi dirigere da lui, è lui che decide, deve seguire il suo esempio, Celso sente che il padre si sta impadronendo dispoticamente di lui. Incomincia l’iniziazione. Zaccaria mostra al figlio come si fanno gli affari, si dimostra spietato nelle trattative con inganni e minacce ai compaesani, fino a averla vinta. Le cose importanti per il padre, a Celso non interessano minimamente, non vuole sentirsi complice.

Col tempo e con il susseguirsi degli affari Celso sviluppa un vero rancore per suo padre, misto a paura. Quello che pretende da lui non è quello che lui vuole per se stesso.

Vedere che in quell’attività maniacale era perfido, pur essendo un brav’uomo, lo esaspera. Incomincia a detestarlo per tutto quello a cui lo costringe, ma non ancora a ribellarsi, incapace di sfuggirgli per mancanza di volontà. Meglio stare alla larga da tutti, non imitare nessuno, essere se stessi come si è, in libertà.

Per convincere Celso che la via giusta è la sua, Zaccaria lo porta al campicello ereditato dal padre, vicino al cimitero, dove spesso si reca per rincuorarsi, lì c’è un melograno piantato dagli avi. È una giornata freddissima, Zaccaria è accaldato e deciso, Celso è infreddolito, smorto, non parla, una sciarpa sulla bocca come ha voluto sua madre. Zaccaria invoca il padre morto, gli racconta dei suoi affari e gli presenta suo nipote dicendo: Per il momento tuo nipote non è d’accordo con noi, ma io sono sicuro che con gli anni si ricrederà. Non può essere, che facendo parte della nostra famiglia, non abbia la nostra stessa mentalità, le nostre certezze… E, ancora, in questa terra, in ogni sua zolla, c’è mio padre, c’è suo padre, ci sarà tuo padre e un giorno ci sarai pure tu, che tu lo voglia o no.

La madre Anita sente che Zaccaria sbaglia con suo figlio e che suo figlio ne soffre, ma non fa niente per opporsi, un po’ per le sue idee che non riescono a prendere consistenza, un po’ perché teme il marito.

A quel punto, dice l’autore, Celso si accorge che il desiderio di studiare all’università era un pretesto per fuggire dal padre, tanto che una volta in città, fuori dalla sua influenza, si era tramutato in inerzia e non aveva fatto nulla.

Le cose precipitano quando una sera madre e figlio sono svegliati dalle urla di Zaccaria che, per la prima volta nella sua vita, si sente male, lui rifiuta di chiamare il medico. Celso è preso dal panico, su indicazione della madre rovista tra i flaconi che si trovano in bagno e, o si sbaglia o senza volere lo fa apposta, gli somministra il contenuto di una bottiglietta per lenire i dolori, che invece gli toglie la vita. L’autore aggiunge che il padre, dopo averla bevuta, non si muove più, non dice più una parola, neanche per fare rilevare al figlio che quella era la dimostrazione che non valeva un fico secco, o per rimproverare Anita di averlo indotto a farlo studiare.

Il brigadiere, intervenuto perché si trattava di un caso di morte improvvisa avvenuta a casa, arresta Celso, in quanto è proprio lui che gli mostra il flacone che conteneva il veleno e che si giustifica dicendogli che non aveva guardato bene l’etichetta. Al processo la madre dirà che il recipiente del topicida l’aveva messo lei fra i medicinali, visto che a casa nessuno prendeva farmaci, e quindi non c’era pericolo; ma si espresse al solito così male che non fu per niente convincente.

Celso viene condannato per omicidio colposo a cinque anni di carcere. Nessuno può dire se fosse addirittura contento di restarci per anni, visto che l’essere sollevato dai bisogni materiali e nel contempo non fare niente, era la sua massima aspirazione in un mondo nei cui meccanismi non voleva entrare, mentre nella prigione vedeva una libertà per se stesso che mai più avrebbe avuto addossandosi il pensiero della terra di suo padre.

In prigione si fece dare più volte il libro Il vagabondo delle stelle di Jack London che aveva letto da adolescente, sembra volesse impararlo a memoria tanto s’immedesimava con il personaggio; però il testo dice che non è così, era perché gli piaceva il titolo.

 

Celso è imprigionato in un suo mondo contraddistinto dal rimando, dalla mancanza di forza, dall’assenza di un progetto, di un programma, di occorrenza e di direzione.

Il papà ha delle aspettative nei confronti del figlio, il quale dovrebbe seguire il solco tracciato da lui e dagli avi. Celso avrebbe un destino già assegnato, pensa di dovere misurarsi con il padre forte e autoritario, lo sente avversario, lo teme, verso di lui sente rancore, ma anche lo ammira. La mamma si rappresenta remissiva, mancante, rivendica il proprio peso all’interno della famiglia e cerca la rivalsa nei confronti del marito

Celso si pensa “figlio di…”, vive nella credenza della famiglia genealogica, cioè della famiglia naturale, nella quale non s’instaura la parola, dove l’avvenire è già dato, dove le cose sono destinate a finire e l’idea di fine delle cose conduce all’inerzia. Celso, credendo nella predestinazione e nel fatalismo, elude ogni ostacolo e ogni difficoltà, attende e rimanda.

La domanda di Celso appare sbarrata. La forza, cioè la pulsione, è la domanda e la domanda è tensione, che non va da sé, ma esige il dispositivo di parola.

L’inazione e il rimando non hanno a che fare con la supposta mancanza di volontà – cioè la credenza nella volontà soggettiva e nel soggetto fragile e debole – bensì riguarda l’assenza di forza, di tensione.

La prescrizione dell’epoca è quella di conoscersi, di conoscere i propri limiti, di sapere “come si è”, di conseguenza sapere quel che si può fare o non si sarebbe in grado di fare. È la prescrizione all’immobilismo e al fatalismo con il suo enunciato: “Io sono fatto così! Posso fare solo questo”. Celso, infatti, crede nell’essere se stessi, come si è, in libertà. Ma la libertà sta nel fare ciò che, con la forza, per via della domanda in atto, occorre fare, in quanto è nell’occorrenza, non è intesa come la liberazione, per esempio con l’enunciato: “Ah, finalmente sono libero di fare quel che voglio!”. Chi ritiene di conoscersi, di dovere conoscersi, di essere se stesso rimane personaggio della fiaba.

La famiglia nella parola non è la famiglia naturale con i suoi personaggi genealogici, che dovrebbero significare il luogo dell’origine, con i relativi alibi. Madre, padre e figlio sono statuti intellettuali della famiglia intesa come traccia dell’interdizione linguistica.

La famiglia procede dalla relazione assoluta, che non è la relazione interpersonale, ma è il modo dell’apertura, traccia dell’interdizione linguistica; l’interdizione linguistica, cioè parlando, quel che si dice non è mai detto, così come quel che si pensa di avere detto; quel che si racconta non è mai l’essere della cosa, la realtà della cosa, non è mai il “fatto”, da qui procede l’esigenza dell’ascolto e dell’intendimento.

I risentimenti, le recriminazioni, le paure e le fantasmatiche nella fiaba rimangono tali, se non trovano nell’analisi e nell’autore lo svolgimento e l’articolazione. L’autore non è rappresentabile, è il nome, non è il nome del genitore, ma il nome che entra in una funzione; il padre, in quanto preso nella funzione di rimozione, funziona come nome nella parola e la funzione di padre è il simbolico, da cui procede l’autorità, la provocazione, la crescita.

La madre è indice dell’infinito del tempo, indice della differenza e della variazione, della necessità pragmatica di fare e anche l’indice del malinteso, indica l’ancòra del fare.

Il figlio non è il figlio del padre, ossia il figlio generato e dunque già predestinato, ma il figlio procede dal padre, senza il segno dell’appartenenza e del debito. Quindi, Celso, al contrario di quello che lui crede, non è figlio di…, e è senza debito, se interviene nella famiglia l’interdizione linguistica.

L’analisi e il racconto consentono lo svolgimento della fiaba che, scrivendosi, può volgersi nella favola e nella saga, così la sessualità ha la chance d’instaurarsi senza tabù, senza riserve, remore e rimandi.

 

 

Intervento introduttivo al dibattito La famiglia ideale e le sue lusinghe 13 marzo 2025, nell’ambito delle attività dell’Associazione cifrematica di Padova, dalla lettura del libro Il mondo di Celso di Stelio Mattioni, Spirali, 1994.

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