Panni poetici
Leggendo Maria Antonietta Viero
Nessuna lavanderia industriale e sociale può lavare i panni di Maria Antonietta Viero.
Nessuna redazione, anche 5.0, può stendere al sole il panno di Maria Antonietta Viero, il foglio, la scheda, la pagina, la carta, la foglia per, dopo l'«asciugo», imprimervi la lingua fondamentale, la lingua di base, la lingua universale, il metaverso di tutti, nessuno escluso, nemmeno Maria Antonietta Viero, nel sogno dell'autarca e nell'incubo dei sottomessi.
“Panni in asciugo” è il titolo delle pagine conclusive di La Dogaressa, lo scritto in poesia e in prosa, in cui Maria Antonietta Viero prosegue il suo folle volo fra la veste e l'investimento poetici.
La linguistica di Maria Antonietta Viero non ha uguali, e la sua realtà effettiva e effettuale è di non attenersi al principio di uguale. Allora non c'è dettaglio dell'esperienza che non entri con la sua linguistica, con le sue costellazioni e le sue galassie, nella sua pagina. Il dispositivo di scrittura, il dispositivo di redazione e il dispositivo della lettura, dell'analisi di ciascuna questione che porta il vento, che smuove leggero i panni in asciugo, producono aforismi di poesia, di impresa, di politica, che richiedono libri e libri per accennare a una risposta. Appena un rigo: «Idea balzana dell'unico uguale abito», richiede pagine e pagine di note in margine.
Ecco una sentenza poetica senza pena e senza penitenza: l'idea dell'unico uguale abito è balzana; e quanti film di donne e uomini in divisa nelle piazze mondiali di ogni colore e anche senza colore. Balzana? È la lingua del villaggio, è la lingua della Ballata del Moro Canossa, è la lingua del Viaggio di una foglia, è la lingua della Padrona delle oche, è la lingua della scrittura di Maria Antonietta Vero, è la lingua del mito che avvolge l'esperienza, è la lingua originaria che avvolge i panni.
L'idea nel suo pleonasmo non sarà mai idea dell'idea. Chi ci prova a mutare il sosia nel modello si ritrova con la sua “idea balzana”, l’altro nome del sovrappensiero.
L'uno nel suo pleonasmo non sarà mai unico. Chi ci prova è l'imperatore dello stato libero di se stesso, sia che la sua terra e il suo terrore si esercitino sulla capocchia di uno spillo sia con l'insieme degli insiemi di tutte le foreste e di tutti i deserti, per non parlare delle steppe.
La differenza e la varietà nel loro pleonasmo non saranno mai ridotte all'uguale. Chi ci prova esplode o implode tra somiglianze e variabili, fra maschere di idoli e di spettri.
Il “non” dell'avere nel suo pleonasmo non sarà mai un panno da indossare, chi ci prova può anche non rispondere a un destino assegnato. Ecco perché l'indossatrice è un mestiere impossibile e il panno non sarà mai uno scudo di copertura, ma un aquilone nel vento della vita.
“Impossibile panno in asciugo”, “non più destino, ma parola dispone al varco”, “e a camminare nel cielo”.
Questa è la poesia del gerundio di Maria Antonietta Viero.
Segue, per gentile concessione dell’Autrice, l’ultimo canto del libro, che appena sfioro con la mia nota.
PANNI IN ASCIUGO
E ruggine non attenta la presa di mollette di ferro
fradiciate su panni stesi in corda intrecciata fina
tenuta tesa tra due pali ai lati di un pezzo di terra,
ché a altezza di testa in allungo di mani si possono raccogliere,
non se il vento imbroncia e lascia cadere.
E sono panni, chissà come giunti,
in idea di spoglio dei propri,
così per rabbia o per non gioco, in fermo,
come di agosto le reti da pesca, in stizza più che sfida,
“mettiti nei miei panni”.
Panni passano di mano, come “una mano lava l’altra”,
scambio d’indosso a occupare posto sul principio di uguale,
partenza che assicura l’idea, “i miei con i tuoi”,
di formare uno.
Quale panno sotto il foglio assicura dall’indelebile incisione
come cartacarbone sullo scrittoio
una penna in scrittura sul foglio?
È per questo il tentativo di mettersi nei panni altrui?
Per eguagliare il proprio?
C’è forse nell’idea di scambio un più,
un’aggiunta,
per colmare mancanza su un’idea di perdita,
o un meno,
a sottrarre il debordo su un’idea di colmo,
o un pari,
su un’idea di nudo come un calcolo puro?
O perché è sul “proprio panno” che attenziona la svista?
E ricorrere al travesto di panni altrui
perché ogni punto di vista sia tutti i punti di vista?
Idea balzana dell’unico uguale abito,
un abito a molle che stringa o allarghi l’in più o l’in meno,
come di livella a bolla a allineare gli orli.
E marchio certo d’origine controllata a “sbancare” il destino
a congiungere il punto creduto primo all’ultimo punto
e mascherare la congiunzione facendoli circolare.
Impossibile panno in asciugo
troppo intriso d’idea di negativo,
gabbia di sorte,
e pare non più origine, non più destino,
ma parola dispone al varco allo squarcio
a non più costretto al cerchio,
a scorgere il volo,
a librarsi dal cappio
e a camminare nel cielo.