La realtà del discorso

La realtà del discorso è la realtà dell’homo duplex triplex, è la realtà della sua sopravvivenza, della sua vita divisa in due, in cui le due parti in opposizione (unico e altro, positivo e negativo, bene e male, amico e nemico, padrone e schiavo) quando si risaldano, anche giubilatoriamente dinanzi allo specchio, si dissolvono lasciando il nulla e la morte del soggetto. La realtà della parola è percepita dal geviert (quadratura di idioti, imbecilli, stupidi, cretini) come anomalia, dissidenza, blasfemia, disturbo, lacuna. L’homo duplex percepisce la sua vita “come se” sopravvivesse in modo irreale, che necessita sempre di reggersi e di campare di sostituti. E non è solo una vita di sostituti è anche e sopra tutto una vita di sostituzione, grande o piccola o sfumata tra le due. La realtà della vita è vilipesa, calunniata. La relazione è negata dalla delazione a ogni livello verticale della genealogia di potere e a ogni estensione orizzontale della gerarchia di potere. L’irrealtà dell’homo duplex è narrata da Fëdor Dostoevskij nel Sosia, che in russo è il “doppio”, come anche in francese.

La gnosi, diventata teoria della conoscenza nel discorso universitario, è proprio l’impossibile scienza comune del discorso, che è la parola comune (ossimoro). Chi conosce manca la parola è ha dinanzi la connotazione sociale del significato: il pettegolezzo. Il luogo comune. La sincope di alcuni – dal cancro di Freud al cancro di Voevodsky, dal suicidio di Tausk al suicidio di Soury, è l’asterisco dell’impossibile accettazione del discorso come causa, come sostituto perfetto della parola. Eppure anche quando gli umani parlassero nella lingua del regno, vecchio o nuovo, la parola non sarebbe tolta. Intoglibile lo sbaglio di conto, intoglibile la svista (lo sbaglio di vista, le trompe-l’œil), intoglibile l’errore di calcolo. Afasia, lapsus, sogno, dimenticanza: ecco la via stretta della lettura della vita (quasi) assoluta di Freud.

La realtà del discorso è la realtà sulla quale presume di dominare e di imperare l’idiota-imbecille, dal sovrano-bestia (padrone) alla bestia-sovrano (schiavo). L’arbitrio non della parola è la presunzione di dominare e di imperare. La realtà della parola non ha nulla di animale, non è la realtà dell’animale politico. La realtà della parola è integra e sovrana. Più nulla può sovrapporsi alla sovranità. Nessun soggetto sovrano: né bambino-re né re bambino. Il soggetto è stato il sostituto impossibile dell’anima, che non a torto Lacan ha dichiarato un fantasma.

La realtà del discorso è quella dell’esperienza fattibile, in cui il fare è ridotto alla faccenda, fra amaro affaccendamento e dolce far niente. La questione “Che fare?” si risolve nella fattibilità o meno di una esperienza fondata sul fatto, primitivo e ultimativo. Esperienza del ricordo, come per Platone.

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